HO LA CRISI DELLO SCRITTORE, SENZA ESSERE UNO SCRITTORE.
E' GRAVE?
HO LA CRISI DELLO SCRITTORE, SENZA ESSERE UNO SCRITTORE.
E' GRAVE?
Serata d’estate, passeggiata sul lungomare come non accadeva da anni. Le luci dei lampioni, e noi tre. Papà ci tiene abbracciate tutt’e due, una da una parte, una dall’altra. Camminiamo nella calura estiva della città. Le scarpe non fanno rumore, c’è solo il rumore dei nostri discorsi e il cick-ciack di un sacchetto che brandisco nella mano destra. E’ il mio regalo dell’estate, è il mio regalo ai primi progressi a un mostro che sembra sempre piu' lontano e un premo a continuare a tenerlo distante. Mamma e papà stasera hanno portato la figlioletta in giro, dopo cena, un po’ come quando ero bambina che mi si comprava il gelato e io immancabilmente tornavo a casa sporca, la macchia sulla pancia e magari qualche ginocchio sbucciato perché cadevo sempre sul ghiaino. Dicevano che inciampavo nelle formiche. E ancora sono così, soltanto magari un metro piu’ alta di allora, ma piu’ o meno non sono cambiata poi molto.
Non ho piu’ il vestitino giallo a punto smock e le bebè bianche con la calzina con pizzo, al suo posto ora c’è un abitino leggero leggero, bianco e nero, proprio come piace a me, in pieno stile Audrey
E così questa sera che la città ha deciso di rimanere sveglia fino a tardi, con i negozi aperti fino a notte, con le giornate calde che ti impediscono di dormire, io sono tornata bambina e i miei genitori mi hanno presa per mano e mi hanno portata in quel negozio che “si, dai che ti è sempre piaciuto”.
E siamo entrati. Io e mamma, e papà dietro a controllare le sue donne. E la mamma che parte e va verso uno manichino che è perfetto. E’ proprio quell’abito che io ho sempre sognato. E’ quello stesso vestito che Julia Roberts indossava in Pretty Woman all’ippodromo. E’ perfetto. E’ marrone, lungo fino al ginocchio, qualche piccolo pois sul panna. Una cintura in vita. E uno scaldacuore marrone che è una favola. Non ci entrero’ mai, penso, i pois diventeranno Saturno con tutti gli anelli sopra di me.
“Provalo”
La voce di mia mamma mi sveglia da quel torpore in cui sono scivolata.
La guardo come se mi stesse passando un iguana. Non fiato e entro nel camerino. Questi maledetti camerini. Sono sempre troppo piccoli, con quella luce che ti fa sembrare un visitor, la lingua biforcuta solitamente ce la mettono le commesse. Io odio i camerini. Lo provo, entra, si chiude, faccio un respiro ed esco dal camerino. Scalza. Come piace camminare a me. Mi specchio e quello che vedo è qualcosa che non c’è. E’ una ragazza, ben vestita, con un abito che ha sempre desiderato e che le sta d’incanto. La ragazza si avvia verso l’espositore delle scarpe. Scova uno zoccolo in legno, con un piccolo plateau e un tacco da
La ragazza esce dal negozio di nuovo con le sue scarpe basse e i pantaloni sportivi, ma non è la ragazza che era entrata in quel negozio, è una ragazza che si sente e si vede piu’ alta di mezzo metro e non sono tacchi stavolta. E la serata conclusa su una panchina mentre papà gusta un gelato al cioccolato, stavolta impataccandosi sui la camicia linda, parlando e chiacchierando con le persone piu’preziose che si hanno al mondo non ha davvero prezzo. E se per quell’abito invece è bastata
Lunedì ho avuto la prova del nove. Terrore e raccapriccio, dovevo salire sull’amata/odiata bilancia per telefonare al Dottor C e rendicontarlo del progressi. Quello che per anni è stato un appuntamento giornaliero più volte al giorno negli ultimi tempi si è diradato sempre piu’, e mi mancava “l’allenamento” per salire senza patemi d’animo. Appena alzata tutte le mattine il pensiero di salire sull’attrezzo bianco c’è sempre. Spostare la pallina di qualche grammo – no, non è vero, io spero sempre di spostarla di qualche chilo, nei tempi d’oro riuscivo a perderne anche uno al giorno se non di più – Il grafico che capeggia in bagno da mesi oramai perché non voglio pu’ essere schiava di una parabola discendente a picco, il patema di salire. Spostare prima di grammo in grammo, poi magari gli etti e, miracolo, spostare il peso della decina – il sogno che rimane appeso a un piombino – c’è sempre.
Lunedì mi sono alzata alle 5 del mattino, forse per l’ansia, forse per la fretta di arrivare scalza e nuda a quella meta. Forse... chissà....
Quattro passi mi separano dalla bilancia al letto. Quattro passi che sembrano infiniti. Quattro passi che mi ricorda Sean Penn in Dead man walking. Occhi bassi, come direbbero Tre Allegri Ragazzi Morti. Braccia lungo il fianco, camminata lenta ma lunga falcata, come se fossi lassù su una passerella, come se fossi Shalma Hayek sul tappeto rosso, ma senza sandali, a piedi nudi, sul parquet della mia camera da letto. E finalmente salgo. Chiudo gli occhi mentre alzo la gamba sinistra che è la prima ad atterrare sulla piattaforma nera. Poi trovo l’equilibrio, braccia rilassate e sguardo fiero avanti. Sposto i numeri e ancora il peso non va, ne ho messo troppo, scendo ancora, un etto alla volta, piano piano, mi si imperla la fronte mentre lo faccio e le mani un poco tremano. Finalmente la bilancia va in bolla e il risultato è lì visibile davanti ai miei occhi. Sono contenta eppure quella vocina del cervello mi dice che comunque potevo fare di piu’. Se solo avessi fatto...se solo avessi evitato...se non fossi andata... No, no e no. Va bene così. Il risultato è quello che il Dottor C voleva in un mese, tu lo hai avuto in una settimana. Non puoi andare a oltranza, non puoi puntare sempre di piu’. Se punti rosso o nero puoi solo raddoppiare la posta se perdi. Non va bene, sta diventando un vizio. Se il Dottor C ha detto che va bene così E’ PERCHE’ VA BENE COSI’ e nient’altro.
Non puoi pensare che i medici si sono laureati per farsi dire che sono imbecilli. Lui ha la chiave, non tu. Tu sei solo andata da lui per trovare l’indicazione, se poi non ti fidi e cambi strada non ti lamentare se ti perdi. Non puoi chiedere indicazioni a destra e a manca per poi fare di testa tua. A meno che tu non voglia perderti nei meandri del tuo cervello, coma hai già fatto, anni addietro, ma … ne valeva la pena? Valeva la pena scendere e salire da quella bilancia in continuazione solo per avere la certezza che il peso stava andando giu’ e giu’ e giu’ e tu insieme a lui fino a che hai toccato davvero il fondo?
I viaggi in macchina con le amiche, le MIE amiche, sono quanto di piu’ bello possa portare nel cuore. Chilometri macinati in autostrada, mai al completo, perchè la macchina tutte tutte non ci tiene, sempre un po’ separate. Come le vicissitudini della vita. Ma il viaggio con l’aria condizionata a manetta mentre il termometro segna 37 gradi all’esterno e la meta dell’autogrill per il caffè di ordinanza, la sosta al bagno, o soltanto la sigaretta, che anche se siamo in
-mode depression on-
Mal di testa
Bruciori di stomaco
Nausea
Ansia
Mangio le unghie
Bevo caffè
Amaro
Bevo acqua
Amara anch’essa
Sapore di sangue e lacrime
Sull’orlo da due giorni
Fumo sigarette senza pensare
Rido poco
Penso meno
Mi incazzo di piu’
Scrocchio il collo verso sinistra
Giramenti di testa e giramenti di palle
Inviti a cena ai quali ho solo voglia di dire no
Pensare alla spesa da fare
Pensare al vestito da comprare
Pensare a prendere appuntamenti
No, no ho voglia di niente oggi
Capita
Ogni tanto capita di aver voglia del nulla
E oggi sono quelle giornate così
-mode depression off-
Non trovo altra definizione anche se in realtà potrei chiamarlo semplicemente Dottor C., quello che è in realtà, ma “il mago” ha il suo perché. Ma procediamo con ordine. Stufa della mia nutrizionista che mi aveva dato un programma che NON RIUSCIVO A SEGUIRE per il semplice motivo che lei partiva da un presupposto sbagliato, (si sa che - come mi dice mio padre - io vado dai medici per potergli dire che sono degli emeriti imbecilli) ho deciso di cambiare. Di andare da un nutrizionista che non continuasse a ripetermi “tu sei bulimica, tu devi guarire” (io ERO casomai, non sono, ERO porca di quella puttana troia e schifa) quindi appuntamento fissato. Ho tutto chiaro in testa: quello che devo chiedergli, come gestire la dieta, i risultati che voglio ottenere, niente pesi né misure. Si si, ho tutto chiaro in testa. Passeggio sotto i portici con passo deciso e agenda sotto braccio che oggi ho pure la borsa piccola e non mi ci sta. Suono con il dubbio di aver sbagliato portone, ma citofono lo stesso e salgo. Piano? Quarto? Quinto? Sesto? Oddio, non me lo ricordo. Poco male, salgo a piedi così non mi posso sbagliare, dovrei vedere la targhetta dello studio medico. Ed eccola li’. Dottor C. E’ scritto anche in ideogrammi (se siano cinesi o giapponesi lo ignoro) ma dove cazzo sono finita? Eppure dal nome mi sembra italiano.
Sala d’attesa deserta. Ci siamo io e 5 sedie. Una finestra bella grande e basta. Non c’è un tavolino, una rivista, UNA PERSONA. Niente di tutto questo. Inizio a pensare di essere finita nel mondo di altroquando. Sento il Dottore che parla dentro lo studio. Deve avere un paziente. Non mi siedo, gironzolo per la stanza sbatacchiando i piedi di qua e di là. Si apre la porta e ne esce un uomo alto e spesso, di viso somiglia al mio ex, Mr. T. (con l’aggravante che lui ha anche il fascino dell’uomo maturo). Mi allunga la mano per accogliermi e io inizio a sudare freddo. Questo è l’alter ego adulto del mio ex, stesso modo di stringere la mano, stesso sguardo....cazzo! Ok, entro timorosa e mi accomodo. Iniziamo a chiacchierare, i pesi raggiunti, le diete seguite, il mio tipo di vita etc etc etc. Delle abbuffate non faccio parola, tantomeno delle cazzate fatte in precedenza. Cedo solo con un timido “qualche volta” quando mi chiede se faccio uso di lassativi (falsa! Va beh, ma il passato è passato..... Ma E' passato? Si si, è passato) Parliamo per piu’ di un’ora e io non faccio altro che domandarmi quando mi peserà, quando mi dirà che tipo di dieta, pastiglie, beveroni, infusi o ex voto mi vorrà dare da qui all’eternità. Passiamo finalmente alla visita e mi liquida in qualche minuto. Si risiede sulla sua poltroncina con le mani giunte che mi ricorda un po’ i fumetti di Dylan Dog. Lo guardo e sorrido timida domandandogli se sono un caso disperato. Sorride e inizia con la sua diagnosi. Dice che avremo buoni risultati, che ce la potermo fare, (ha deciso di venire a vivere con me? boh....perchè parla al plurale?) che non ho nessun problema congenito che sono sana come un pesce A PATTO CHE la smetta di farmi i sensi di colpa per quello che mangio e ripropormi tutto davanti per autopunirmi perché in questo modo è normale che il mio fisico richieda altro cibo e io continui a mangiare e…salvata dal telefono che squilla rimango seduta sulla sedia guardando lui che da indicazioni di farmaci a non so chi e io non so se scappare dalla stanza o rimanere a prendermi l’altra parte del cazziatone. AUTOPUNIRMi, questa parola mi rimbalza nella testa come una pallina da ping-pong. E fa pure l'eco! Chiude la comunicazione e torna a guardarmi con quei due occhi che sembrano scavare dentro. E prendo fiato per chiedergli subito come diavolo ha fatto a capire. Sorride e non risponde (si, proprio come Mr. T. MALEDIZIONE! Con l’aggravante che dopo che mi ha fatto spogliare questo mi ha piazzato uno stetoscopio sulla schiena. SOLO!!!). Pero’ mi tranquillizza. Non è uno che sbatte il mostro in prima pagina, non mi sento svuotata. Mi sento quasi bene. Lo saluto e gli stringo la mano. Ci rivediamo tra 20 giorni. Esco dallo studio che mi sento già piu’ leggera di quando sono entrata. Nell’euforia dimentico di riaccendere il cellulare e mi dirigo alla macchina che sfioro il metro e ottantacinque. No, non ho comprato l’ennesimo paio di scarpe dal tacco 13, contrariamente a quanto potrebbero pensare i piu’. Semplicemente stavolta ho trovato uno che mi ha MO-TI-VA-TA, mi ha scaravoltata come un calzino senza che io aprissi bocca, quasi. Ed è la prima volta che mi succede che mi ritrovo a confrontarmi con la reltà dei fatti. Io ho sempre ingannato chiunque, l’ho sempre fatta franca con parenti, amici e anche Mr. T. No, beh, in realtà Mr. T. mi aveva sgamata, pero’ solo perché mi ha colta sul fatto. Ma questo qui da dove spunta? E’ un mago, non ci sono altre spiegazioni. E così salgo in macchina diretta verso casa con una nuova consapevolezza. Ammetto che pero’, quando mi sono accorta che il cellulare era rimasto spento tutto questo tempo e che accendendolo tre messaggi brillavano sul display e scoprire che due erano suoi sicuramente è stata la ciliegina sulla torta della giornata. È incredibile come una semplice bustina possa cambiare la giornat…un momento, detto così potrebbe sembrare una cosa diversa... Riformulo. E’ incredibile come un semplice messaggio sul telefonino (decisamente meglio) possa cambiare l’aspetto di una giornata meravigliosa già di per se a INCREDIBILMENTE MERAVIGLIOSA. L’avro’ già detto un’infinità di volte ma oggi, un’araba fenice è risorta dalle sue ceneri.
Stanotte mi hanno fatta santa.
Mi sono svegliata con il cerchio alla testa.
Non lo prego a un cane
E’ deletereo frequentare posti dove una delle tue piu’ care amiche è addetta alla spina della birra
E’ deletereo rivedere un tot di gente che non vedevi da anni
Troppi giri offerti ”in ricordo di…”
E così ti ritrovi il lunedì mattina in ufficio che nemmeno il miglior fondotinta riuscirebbe a nascondere le occhiaie e le borse, che non sono nemmeno firmate, per altro.
Certo, la sensazione di aver rivisto tanti vecchi amici è una bella cosa
Peccato che non ti senta piu’ a tuo agio quando vedi 4 dei tuoi amici che parlano tra di loro e tu arrivi con un sorriso e sai perfettamente che sei finita a letto con tutti e quattro
In momenti diversi, of corse
Ma pur sempre tutt’ e quattro
E nessuno sa dell’altro
Gioca a tuo favore la birra a quel punto
E l’ultimo dei 4 è il piu’ pericoloso di tutti
E’ quello con il profumo della pelle che ti rimane nel naso per giorni e giorni
E’ quello con il sorriso da strappamutande
E’ quello con cui parli meglio
E’ quello che “cancello il numero, tu sei troppo pericoloso”
E’ quello che lui non ha la testa per mettere su una storia
E’ è quello del ti voglio bene detto decisamente troppo presto
Ma è anche quello che dorme stile koala e che non ti molla un attimo (aiuto! Soffoco!)
E’ quello che “è meglio lasciare perdere qui, una storia di una notte” e poi da giorni ti manda i messaggi sul telefonino.
E’ quello che deve tornare a casa ma poi si mette la sveglia alle 5 del mattino per dormire da te
E’ quello che ti scorta fino a casa perché non si lascia in giro di notte una donna da sola
E’ quello che sai già che potrebbe essere troppo pericoloso per te
Perché non hai voglia di soffrire di nuovo
Perché non vuoi stare male
**********
E allora come dice quella saggia della tua amica TU VUOI RIMANERE SOLA PER PAURA DI RIMANERE SOLA. Come darle torto? Da cinque ore hai un nodo tra lo stomaco e l'esofago, e quella sensazione di stordimento che solo lo stomaco vuoto e un martini bianco ti possono dare, e quelle cazzo di bustine che si accendono dal cellulare ti fanno fare i salti nella pancia come se avessi ingoiato un tir di cavallette. E i continui flash di quel cazzo di sorriso che si ritrova proprio non vanno ben per la concentrazione. No no. E quel messaggio di poco fa ti fa fare un salto allo stomaco che nemmeno avessi mangiato un canguro. No, non ci sta un cazzo. Proprio.
Porcadiquallemaialatroiaezoccola! Eh si, quando ci vuole ci vuole, è inutile non sono la tipina fine fine vestita di rosa con le treccine che gioca a pallavolo come mi avrebbe voluta papà. No, non lo sono e non lo saro’ mai, per quanto mi possa sforzare a vestirmi decente, truccarmi, avere sempre le manine in ordine perchè non è bello che una signorina giri con le unghie tutte rosicchiate gnorno’ gnorno’, salvo poi la domenica sera dopo una palestra di arrampicata dover lavorare di acetone e smalto e indurente e limetta per mettere a posto lo sfacelo fatto perché altrimenti il lunedì mattina qui in ufficio si fa brutta figura, sai a presentarsi con l’unghia rotta – qualcuno puo’ spiegare ai miei che è difficile fare un’arrampicata senza spezzarsi un’unghia e senza sbucciarsi un ginocchio grazie?
TUTTODUNFIATOPROPROPIOCOMELHOPENSATOECOMELOAVREI
URLATOSESOLONONMIPRENDESSEROPERPAZZAFURIOSA.
E quindi. Riprendendo il discorso iniziale (annotare mentalmente di non saltare piu’ di palo in frasca grazie). Dopo una giornata in cui già mi sto sul cazzo perchè mi sono fatta venire i sensi di colpa per uno joghurt intero quando so perfettamente che uno joghurt intero non è la morte di nessuno ma “E' molto, molto difficile mettere d'accordo cuore e cervello. Pensa che, nel mio caso, non si rivolgono nemmeno la parola.” (Donnie, questa non la puoi mancare!), dopo una serata in cui devo sgattaiolare fuori di qua almeno in tempo per riuscire a passare da un negozio prima che chiuda perché devo fare una commissione urgentissima perché, signora mia, vorrà mica che mia cognata (leggasi la moglie di mio fratello) debba abbassarsi a fare le commissioni. Non sia mai ci mancherebbe che lei ha solo da stare a badare alla casa tutto il giorno e giocherellare con il pargolo, insomma, sa, sono cose che impegnano queste. E io invece devo uscire di qua e implorare i negozi di non chiudermi la serranda sulla faccia il tutto perché? Perchè mio fratello secondo te ha tempo? Ma no, figurati,. Lui lavora. Come, scusa? Lavora. LAVORA? E io? Io che faccio? Mi infilo le dita nel naso tutto il giorno? (smaltate, of corse che in questo caso significa anche “di corsa” visto che il tempo è sempre e solo meno di zero e che pero’ qui mi vogliono *praticamente perfetta sotto ogni aspetto* – anche questa, citazione, un frigo a legna per chi la indovina - battuta degli anni 90 credo, ma che ci vogliamo fare? Io negli anni 90 già c’ero, e anche un po’ prima se vogliamo, ma facciamo finta che non. Chiusaparentesi) E quindi, non lamentiamoci poi se quando arrivo a casa e la minestra no, e il pesciolino no, e la pizza no e questo no non mi va grazie potreste smetterla di rompere i coglioni tutti che sono di fretta e che dovrei farmi una doccia, trucco parrucco e magari non uscire di casa in mutande che devo andare da mr. T che guardiamo un film assieme e come di nuovo mr. T che sono mesi che non uscite piu’ assieme e lo so anche io ma che ci vuoi fare se mi ha invitata che si va a vedere un film e mi fa piacere vederlo ci vado e lo so che mi ha fatto tanto e tanto e tanto male ma siamo rimasti amici e lo so che tra me e lui non ci sarà mai amicizia ma che vuoi che sia un cinema non è mica niente di pericoloso anche se con queste belle serate mi farebbe piu’ piacere una di quelle belle arene estive con le sedie di legno pitturate di verde che quando ci andavi con la gonna quando ti alzavi eri tutta a righe nelle gambe e no tranquilla che non ci ricasco che oramai ho imparato la lezione che mica sono così stupida da ricaderci poi guarda stai pure tranquilla che lui adesso è fidanzato e felicemente e io mica ho sempre e solo voglia di fare l’amante come ho sempre fatto negli ultimi cinque anni è solo che ci andava di passare una serata assieme tutto qui perché io e lui insieme si ride da matti sai di quelle risate con il cuore con la pancia con la bocca e con gli occhi che ti ridono persino le gengive perché siamo proprio scemi uguali solo che lo sai le minestre riscaldate non mi piacciono e poi proprio siamo incompatibili che guarda no no io con uno come lui proprio non mi ci vedo io sogno un uomo di quelli con
(come i gatti della canzone dello zecchino d'oro) Che suona un po' come quando da bambini di giocava al gioco del fazzoletto, o come alcuni lo chiamavano a rubabandiera. Io ero sempre quella che perdeva. Non sono mai stata veloce. Io ero una fondista. Avevo resistenza, ma gli scatti no, non fanno per me. Ma questo non c'entra con il discorso che volevo fare (farmi) oggi. Solo che mi sono rotta di trovare un titolo a tutto quello che scrivo, perchè questo non è mica un libro. Ma questo come dicevo non c'entra nulla, solo che come al solito salto di palo in frasca.
Quello che invece mi da da pensare in questi giorni è la mia dipendenza. Evidentemente il fulcro è tutto qui: dipendenza. Wikipedia dice che Per dipendenza si intende una condizione patologica per cui la persona perde ogni possibilità di controllo sull'abitudine. Si può dipendere patologicamente da sostanze (tossicodipendenza), in cui rientra l'alcolismo, da cibo (bulimia, binge eater disorder), da sesso (dipendenza sessuale), da lavoro (work-a-holic), da comportamenti (come il gioco gioco d'azzardo patologico), lo shopping (shopping compulsivo), la televisione, internet (internet dipendenza), i videogame. Rientrano nelle dipendenze patogene anche quelle da luoghi e culture ( indrome da sradicamento), ed anche da rapporti umani (interdipendenza di relazione). La dipendenza da sigaretta rientra invece tra le dipendenze "oggettuali", dove il rapporto con l'oggetto risponde ad un bisogno relazionale di tipo proiettivo.
Analizzando (mamma mia, rileggendo questo post dall'inizio sembra una cosa pallosissima e seriosa, cosa che o non sono, ma anche questo non c'entra) quello che mi dice il mio amico Wiki direi che nella vita non mi sono fatta mancare niente. L’unica cosa forse è il gioco d’azzardo, ma non lo escluderei, visto che forse è dovuto al fatto che abito lontana da un casino’. E ieri mi sono accorta che sono dipendente anche dal blog. Ieri sono stata in giro per negozi (vedasi shopping compulsivo) per andare a ritirare la roba che mi era stata messa da parte dalla mia amica, ma poi mi sono resa conto che avevo capito male e che lei non c’era ieri ma che ci sarà oggi quindi ci devo ritornare. Per non tornare a casa a mani vuote ho fatto un giro in libreria. In realtà a casa avro’ almeno una decina di libri che aspettano di essere aperti, ma in tutta onestà sono libri che in questo momento non ho voglia di leggere. Sono libri “da impegnarsi” e in questo periodo ho solo voglia di spegnere il cervello. [Il massimo dello sforzo ieri sera è stato guardare RIS (è bello vivere in una casa dove c’è la televisione, mi ero dimenticata che a volte _e sottolineo a volte_ qualche programma carino lo passano. E, si, io considero RIS un programma carino, qualche obiezione?)]. E così gironzolando tra gli scaffali mi sono accorta che nel frattempo avevo accumulato nelle mie mani almeno 5 libri. Al di là del fatto che è arrivato il momento di fare un po’ la formichina, mi sono detta che, no, non potevo AVER BISOGNO di così tanti libri. Uno doveva bastarmi e così ho fatto. Quasi gongolante mi sono diretta alla cassa dove poi ho anche preso un piccolo block notes da tenere in borsa. Si, perché mi sono resa conto che ogni tanto ci sono cose che ti vengono in mente che hanno tutto un senso logico ma che poi quando ti siedi qui davanti alla scrivania ti sfuggono. E avendo un block notes a portata di mano invece sarebbe piu’ semplice prendere un appunto e poterle poi sviluppare in tutta calma, siccome pero’ scrivo sempre in ufficio ho anche deciso che prima o poi dovro’ mettere a casa una linea telefonica e conseguentemente una linea internet per poter scrivere nella comodità di casa mia senza telefoni che suonano in continuazione senza l’ansia di dover nascondere la pagina sulla quale sto scrivendo. Insomma, il viaggio di ritorno in macchina verso casa (verso la sogliola che mia madre mi aveva imposto la mattina) è stata una concatenazione di pensieri continua. E allora mi sono detta che qui il mio progetto del block notes andava a farsi friggere, perché è proprio mentre guido che ho tutti questi pensieri che si accavallano uno sull’altro senza lasciare piu’ respirare il primo. James Joyce a confronto non era nessuno (mamma mia che dose di autostima ho comprato stamattina? Certe volte sono così boriosa che mi sto sul cazzo da sola). Riesco a interromperli solo che mi squilla il telefono o comunque con un fattore esterno (possibilmente che non sia un tir sulla faccia) . E comunque guidando, si che riesco a telefonare o mandare messaggi o truccarmi (campionato del mondo di trucco nello specchietto la mattina seconda classificata lo scorso anno) una volta sono riuscita anche a mettermi lo smalto facendolo asciugare fuori dal finestrino, ma prendere anche appunti è improponibile. A meno che non si tratti di scriverli sullo specchietto retrovisore con la matita per gli occhi barra labbra. Perché il notes diventa complicato. A meno che io non abbia deciso di prendere in faccia un tir (lo stesso di prima?) per aver la scusante di cambiare la macchina, ma questo è un altro discorso. Fatto sta che scrivere mi aiuta, questo è certo. Fermarsi un attimo pensare, ponderare le decisioni e ti rendi conto che esiste tantissimo superfluo nella vita (mi detesto quando parlo di me in seconda persona, soprattutto se ho iniziato il discorso in prima, anche perchè partire in seconda rischi che ti si spenga la macchina, soprattutto in salita, ed è una vita che vivi in salita). Ti rendi conto che se anche stai scrivendo quel libro (libro, oddio, si tratta di un manuale tecnico in realtà, non pensate di aver a che fare con l’Alessandra Appiano della situazione o con
"Tu vedi tutto nero adesso, questa settimana te ne stai tranquilla e la prossima, quando torno ne riparliamo" Papà...se non ci fosse lui a calmarmi io vorrei sapere come farei...(è italiano quello che ho scritto?) e così in pochi minuti avevo già schiaffato dentro un trolley due pantaloni, tre maglie, una gonna e tre paia di scarpe piu' tutto l'occorrente per il trucco e via di nuovo dai miei. Quando sclero l'unica soluzione sono loro. E così, a quasi 30 anni mi ritrovo con le borse in mano a chiudere la porta di casa mia per ritrasferirmi dai miei genitori. Con la mamma che già dal mattino ti da il buongiorno con la tavola apparecchiata di caffè, latte, tea, zucchero bianco, zucchero di canna, miele, marmellata, fette biscottate, pane tostato, pane fresco, fette biscottate, muesly e cereali perchè "non sapevo cosa volessi mangiare a colazione". E tu sorseggi il caffè con gli occhi ancora serrati pensando che tutto sommato fare colazione la mattina con qualcuno che ami non è affatto male, se non fosse che al solo pensiero di ingurgitare qualcosa ti viene da vomitare. Non foss'altro per l'aggiunta di "stasera la mangeresti la sogliola?" Mia madre è sempre la stessa. La sogliola a casa mia significava che stavi uscendo da un periodo di influenza/malattia infettiva. I menu' erano sempre quelli: durante la malattia riso in bianco e/o patate bollite e/o minestrina, appena si stava meglio e potevi sederti a tavola come i cristiano il menu' variava in sogliola al vapore o in alternativa stracchino. Io ho sempre mangiato da ospedale, i mei menu' non sono mai stati pretenziosi. Facevo carte false per il prosiutto cotto, lo stracchino e la minestrina di dado. La pasta al ragu'? Te la tiravo dietro in men che non si dica. Non parliamo poi di farmi mangiare un pezzo di carne. Ricordo ore e ore a tavola fino a che non la finivo. Alle 5 del pomeriggio ancora lì con tutti i pezzetti tagliati nel piatto e io che guardavo implorante mia madre "è fredda, fa schifo (non si dice "fa schifo", si dice "non mi piace") , non la voglio" e il perentorio "fino a che non la finisci non vai a vedere i cartoni/non scendi in cortile/non ti porto in piscina" (a seconda delle giornate in cui capitava) mi riecheggia ancora nelle orecchie. Inappetente. Ridicolo. Io inappetente? No, non lo ero perchè se mi avessero dato mezzo chilo di prosciutto cotto me lo sarei mangiato. Eccome. La storia, 25 anni dopo non è cambiata. Stamattina minacciava già di ricovero se non avessi ceduto alla sogliola stasera. Ricovero. Che parolone! I mei non hanno mezze misure (ecco da chi ho preso) o non ci sentiamo 6 mesi quando sono in giro per il mondo (specifico: LORO sono in giro per il mondo. Perchè l'italiano deve sempre complicare le cose?) oppure mi tengono sotto una campana di vetro (grossa, parecchio grossa, è pure arredata bene se vogliamo) e non mi lasciano respirare. Ho ceduto. La sogliola, vada per la sogliola. E lunedì, ennesimo professorone, sentiremo questo che ha da dirmi. Ma che palle, mi sento un criceto in gabbia, uno di quelli sulla ruota che gira e gira e gira ma qui a girare non è solo la ruota. No no. However, eccomi qui, stasera nuovo taglio (di capelli, non di vene), un nuovo sfondo per il blog così mio padre non continuerà a pensare di avere una figlia che vede tutto nero e un po' di nostalgia per il mio passato. Si, perchè o in fondo in fondo ma molto in fondo mi sa che forse - e lo dico piano - non è che sia proprio contenta di togliermi da questa situazione. Perchè in fondo in fondo ma molto in fondo tutto sommato poter dire a determinate facce di merda "se sono diventata così è anche colpa tua e delle tue frasi del cazzo", beh, un po' di soddifazione me la da.
p.s. a me questo template in realtà non piace, ma è l'unico che sia "largo" porca maiala! Perchè template che si trovano in giro sono tutti stretti?!!?!?!?
Chi ammazza la gente.
Ufficio, interno giorno.
"Ciao! Ehi! Che culo che hai messo su! Ti seiingrassata? Ma la smetti dimangiare?"
"ehm...senti...possiamo evitare l'argomento?"
"ma guarda qui! Guarda che culo, sembri una sudamericana!!!"
"ehm...ascolta, lasciamo stare PER FAVORE"
"si ma.."
"TI HO DETTO DI FARTI I CAZZI TUOI!!"
(se l'è cercata)