il sorriso sul cuore
Io lo chiamo il sorriso sul cuore. Quelle sere in cui vai a dormire stanca morta ma quando appoggi la testa sul cuscino ripensi alla giornata e sei soddisfatta di tutto quello che è successo, di tutto quello che hai detto, di tutto quello che hai fatto e ti rendi conti di averlo fatto solo per te. Solo per stare bene. E allora scansioni mentalmente la giornata, dalla mattina presto in cui ti sei svegliata con gli occhi stropicciati e la voglia di tornare alle tue lenzuola gialle ma anche se controvoglia ti sei trascinata in bagno a dare una parvenza semiumana a quella faccia decisamente troppo stropicciata dai bagordi della sera prima. E come ogni mattina ti riprometti che no, la prossima volta non ti farai di nuovo tre bicchieri di rhum che sono decisamente troppi. Soprattutto dopo una bottiglia e mezza di vino rosso, soprattutto dopo il rhum cooler dell’aperitivo, praticamente senza ginger-ale, per altro. Ma tanto sai che è una promessa da marinaio, presto fatta, presto dimenticata. E allora ciondoli fino al frigorifero in cucina per prendere i cucchiai che tieni dentro al porta uova per metterli sotto gli occhi e tentare di sgonfiare quelle borse che ti ritrovi, che non sono nemmeno firmate, ma il tentativo risulta nullo. Nemmeno trovando la valvola e aprendola riusciresti a sgonfiarli. Prendi distrattamente il succo di frutta ananas e cocco e ne versi un bicchiere mentre tiri giu’ una bustina di geffer sciolta direttamente sotto la lingua, e intanto accendi la macchina del caffè. E il telefono suona. “Si, sono sveglia, dieci minuti e sono pronta….no, davvero, te lo giuro, sono in piedi, sto facendo il caffè, ma sono praticamente pronta (sei ancora in mutande ma questo Picchio non lo deve sapere, lui è in macchina che sta arrivando, mica ha il videotelefono). No aspetta, come sarebbe sei qui sotto? Avevamo detto alle sei, e mancano ancora….GULP! Tre minuti…ok, Sali, rompipalle…si, ne faccio due….ah, guarda che non c’è né latte né zucchero…no, non avevo voglia di fare la spesa…senti…non sono nemmeno viva per discutere a quest’ora del mattino…ok, posteggia, io ti apro” Panico. Picchio è qui e tu sei in mutande, con una tazza in mano a forma di Will Coyote e una faccia che sembra uscita da un dipinto di Picasso. Ok, niente panico. Apri la porta metti il gancio in modo che non si richiuda. E ti fiondi sotto la doccia. 5 piani di scale serviranno a qualcosa no? Si, servono se sei in bradipo, ma Picchio è praticamente l’allenatore di Carl Lewis. Arriva che hai appena dato lo shampoo sulla testa e sembri una meringa enorme ricoperta di panna. “SONO IN BAGNO, ARRIVO” urli. Esci alla velocità della luce con i capelli grondanti acqua, scalza e ti fiondi dentro a un paio di pantaloni bordeaux che potrebbero contenere te e un’altra persona. Cerchi una maglia nel cassetto che possa andare bene. Quella dell’Hard Rock Cafè di Barcellona puo’ andare. La infili e rimani impigliata con gli orecchini. Come sempre. Arriva in soccorso Picchio che ti libera dalla morsa della maglia non senza averti fatto il solletico mentre sei prigioniera dell’involontaria camicia di forza. Perdi tutte le forze e rischi di farti pipì addosso “dai sbrigati che siamo in ritardo” Lo guardi torvo e ti domandi “in ritardo per cosa? Siamo tu ed io oggi, mica abbiamo appuntamento con qualcuno” Ma non apri bocca perché non hai voglia di grugnire. Prendi le sigarette e dici “sono pronta”. Ti guarda e ride. Lo guardi con la faccia a punto interrogativo e non capisci. Forse non ti sei pettinata. Forse hai una riga verde sulla faccia. Forse hai un occhio nero e tu non lo sai, forse….”vieni scalza?” Ops…dettagli. Prendi un paio di All Star gialle e “guarda che con quelle sembri Pippo”. Fai una smorfia e le rimetti a posto. Allora prendi quelle Bordeaux e lo guardi con una faccia che sta già dicendo “prova a dire qualcosa su queste scarpe e te le tiro dietro, siamo in ritardo di due giorni non ho nessuna intenzione di cercare un altro paio”. Prendi lo zaino e scendete le scale di casa. Ti fermi accanto alla macchina di Picchio e lo guardi come a dire “allora? Non la apri?” Poi capisci che stai sbagliando macchina e allora fai finta di sistemarti i capelli specchiandoti nel finestrino, piu’ falsa di una banconota da sette euro. E vai avanti a testa bassa e molli lo zaino davanti al portellone e ti siedi al posto del passeggero e ti accendi la sigaretta aspettando che Picchio salti su e inizi a guidare. Verso le vostre montagne, verso la nostra giornatasolonostra verso…l’autogrill. Requisito essenziale per far iniziare bene la giornata è fermarsi all’autogrill. “Un caffè doppio, una spremuta d’arancia, un panino con caprino e crudo, una bottiglia di acqua grande e tre pacchetti di sigarette, grazie”. Picchio spalanca gli occhi come se avesse visto una scimmia dietro la cassa. Ti giri. Lo guardi e gli dici semplicemente “ho fame” e sorride. Mangi con calma, lentamente. Talmente lenta che un madonnaro è riuscito a farti il ritratto nel mentre. Lo guardi da dietro gli occhiali spessi tre metri e scuri scuri scuri scu…ok, si è capito. E sorseggi piano piano il caffè. Ti guarda. Ti guarda come fa sempre. E finita colazione balzate in piedi e andate verso la macchina. Prima una sigaretta pero’. Ci sta tutta. Fuori dall’autogrill. Ti fermi perché sei incapace di accendere la sigaretta camminando e nell’istante in cui ti fermi senti il suo abbraccio che ti imprigioni da dietro, con il naso appoggiato alla colonna vertebrale, come fa sempre. E non c’è niente di piu’ bello di quel gesto tra di voi che si ripete da anni. E sempre con sfumature diverse. Sempre pieno di significati che le parole non riuscirebbero ad esprimere. E lo sai che stavolta vuol dire che finalmente è bello vederti mangiare come una persona normale, che non si fa le paranoie davanti a un panino e non chiede piu’ il dietor nel caffè e non gira piu’ con il maglione intorno alla vita per nascondere il sedere ma sei una persona che è sicura di aver ritrovato quell’equilibrio o per lo meno una parvenza di esso. Guardi indietro e vedi gli anni passati e quasi ti vergogni di essere stata quella persona e non ti riconosci e vorresti tornare indietro, cancellare tutto con un colpo di spugna. Ma poi ti fermi e rifletti per un attimo e ti rendi conto che se così non fosse stato non avresti mai avuto la ricchezza di capire, di essere una persona diversa, con i suoi fantasmi che l’accompagnano e ti viene in mente John Nash. Anche se il paragone è un po’ azzardato. E guardi avanti e ti viene da ridere a pensare a Picchio che per anni si è battuto conto questi fantasmi e ora li vedi seduti sul sedile posteriore della macchina ma davanti ci siete tu e lui e lo prendi per mano, con quell’intreccio di dita che è solo vostro senza dire una parola perché sapete entrambe che cosa significano i vostri gesti. Quelle stesse dita che hanno scavato fino a ferirti dentro ora stringono la cosa piu’ preziosa che hai. E lo guardi di lato, spostando l’occhio senza girare la testa, perché non vuoi che se ne accorga. E ti senti serena, tranquilla, e appoggi la testa sul sedile facendoti cullare dal tepore della giornata, dalla sicurezza che lui è lì, accanto a te, da sempre e per sempre e quella leggerezza che hai sempre cercato ora la senti nel cuore.
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