Quando una nasce con.....
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…
...il vestito!
Comunque sia, visto che ho addosso i miei superstivali con tacco da
Mi specchio, mi guardo, mi rimiro, insomma, mi piaccio. Probabilmente sto guardando un altro specchio perché questa cosa è rara come i cani in chiesa. Prendo il mio beauty che ho sempre in borsa, do una sistemata al fard che durante la giornata lavorativa è rimasto sparso sulla cornetta del telefono, ritocco il kajal nero che è un po’ sbavato, una mezza passata di mascara e sono pronta per uscire a testa alta nella fresca serata. Mi guardo e quasi mi scoccia “sprecarmi” solo nel tragitto di casa. Ma ho voglia di casa mia, di un bagno caldo, di una tazza di latte e miele sul divano mentre leggo l’ultimo romanzo comprato. Ho voglia di coccole, di silenzio. Pago (perché va bene che è un’amica ma mica è fessa) e esco trionfante con i miei pacchettini in mano verso la mia macchina. Mi sento molto diva, molto chic in questa nuova mise. Faccio quattro passi e vedo lui.
STRAGULP! Sono tre mesi che non lo vedo e non lo sento, troppo presa dal lavoro per poter pensare anche a quella proposta di progetto che si era fatta, qualche messaggio sporadico di tanto in tanto qualche “sei viva? Non ti ho piu’ vista” sussurrato al telefono ma niente di piu’. E tu che avevi sempre pensato che non fosse altro che una piccola sbandata perché tanto sai che lui è impegnato e che quindi, per dirla alla francese, non c’è trippa pe’ i gatti, ti rendi conto d’improvviso che quelle guance rosse rosse non sono merito di nessun fard di Lancome. E che se non inventano all’istante un nuovo deodorante puzzerai come una capra morta da tre mesi sotto il sole della Sardegna perché stai sudando come non hai mai fatto nella vita. Hai le mani che sono due spugne e in bocca ti senti tutta la tuta dell’Adidas felpata al posto della lingua. Vedi i suoi occhi color del lago che ridono, ha quel sorriso da strappamutande che solo lui puo’ avere e tu dal tuo metro e ottantacinque per un attimo ti senti la sorella di Pisolo. La sorella PICCOLA di Pisolo. Ti avvicini sempre piu’ titubante e gli sorridi quasi sicura scansionando mentalmente tutti i sorrisi provati allo specchio negli ultimi 15 anni e scegliendo ovviamente il migliore, sperando di non avere tra i denti nessuna foglia di lattuga che faccia capolino nel momento meno consono. E lo saluti con una bella stretta di mano decisa, perché le strette di mano mollicce di quelle che sembra che ti dia fastidio toccarlo si sa, sono antipatiche. Ora, siccome lui schifo non mi fa perché dovrei io avere paura di toccargli la mano? Casomai il problema sarà fermarsi solo a quella. Problema risolto, arriva a passo svelto la fidanzata dietro di lui trotterellando con un puledro di Budjonny Russo ancora da sellare.
Alta che sta in piedi sotto un tavolino, con il capello giallo barbie e gli occhi azzurri sembra il mio negativo. Che detto così capello biondo/occhio azzurro potrebbe sembrare una strafica, ma è tutto sparso a caso come in un quadro di Picasso (Ora che qualcuno mi spieghi chi è “Ricasso” perché il correttore automatico di word non conosce Picasso ma conosce Ricasso, mo’ voglio sapere chi è!) . Ad occhio e croce peserà si e no 15 chili con le borse della spesa e il piumino ancora da strizzare. La guardo dall’alto in basso un po’ come quando si sta pensando di schiacciare uno scarafaggio, ma mi trattengo (a stento ma mi trattengo). Lui mi sorride e io mi sto sciogliendo come il Kajal mentre guardo Titanic nella scena finale (intendo dire quando la vecchietta lancia il diamante blu giu’ dalla barca, ma si puo’ essere così deficenti? Una piange per forza, solo la replica che ha indossato Celin Dion valeva 2,2 milioni di dollari! ESTICAZZI!). Si parla del progetto che avevamo lasciato in sospeso e gli prometto di richiamarlo con il computer alla mano e tutti dati pronti entro la serata, tempo di arrivare a casa. Mi dice che lui ha la serata libera e che la sua fidanzata invece sta andando da sua sorella, che se voglio andare a casa a prendere tutto già stasera possiamo lavorare alle bozze per poterci lavorare poi ognuno per conto proprio e tirare giu’ un calendario di incontri per terminare il tutto entro l’estate.
Guardo lei con gli occhi da Bambi come a chiederle “credi che sia il caso o hai qualcosa in contrario?” (sono falsa come i soldi del Monopoli certe volte) e lei tutta sorridente mi risponde “ma certo, ottima idea, potreste approfittare della serata così anche lui non rimane solo”. Destino vuole che io il pc lo abbia in macchina. Optiamo per l’americano, dove possiamo mangiare un boccone anche lavorando al pc che nessuno si scandalizza e possiamo tirare giu’ la scaletta del lavoro.
Ma possibile che proprio lui chieda a me una collaborazione? Ha già intorno *decinaia e decinaia* di cervelli eppure cerca me. Mi sento dire che come con me non riesce a lavorare con nessuno e che di me ci si puo’ fidare e che lui in questo momento ha bisogno di persone delle quali fidarsi. Un pompino all’ego di tutto rispetto come direbbe qualcunA di mia conoscenza. Mentre cammino verso l’americano con il pc in una mano e il braccio attorno al suo che mi ha gentilmente offerto per non farmi traballare sui tacchi lungo la discesa non posso fare altro che guardarlo con gli occhi a cuoricino e sperare che prima o poi lei incontri un mega multi miliardario e lo lasci per fare la bella vita (mica è necessario augurare il peggio alla gente sempre) così avrei finalmente il campo libero. Ed è già un miracolo che io stasera abbia avuto il lampo di genio di lasciarmi questo abitino che inutile negarlo mi sta veramente bene, e inutile negarlo l’ha notato anche lui.
La serata trascorre da un paio di Bud medie e discorsi, grafici, scalette, risate, chiacchiere stanche fino a che non resta davvero che tornare a casa che domani si lavora.
Cammino verso la macchina senza rendermi conto davvero di toccare terra, con quella leggerezza nel cuore tipica di quando si incontra una persona speciale, l’unica persona dopo Mr T che mi abbia fatto capire che il mio cuore non si era fermato e che sono ancora capace di emozioni. A volte tutto capita per sbaglio e io modestamente, a sbagliare, sono sempre stata brava.
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