Quando una nasce con.....

Scarabocchiato in un momento di follia da Stex77 il martedì, 12 febbraio 2008,21:46

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...il vestito!  Eh si, perchè io le camicie le porto raramente, preferisco i vestiti, magari scivolati addosso, di quelli che accarezzano appena appena i fianchi, magari con un bel paio di stivali sotto che ti tirano su giusto quei 5 o 6 centimetri e ti slanciano. Non è un segreto che ami vestirmi di nero, è il colore piu’ chic, piu’ elegante e quello che snellisce quindi che nero sia. E stavolta mi è pure andata bene. Visto che la giornata in ufficio è stata pressoché una Waterloo, piu’ Water che Loo, ho deciso di andare a trovare la mia amica in negozio prima di arrivare a casa. E’ utile avere un’amica con un negozio di abbigliamento soprattutto se riesce ancora a venderti la roba in saldo. Inutile dire che una volta dentro mi è tornato il sorriso stile joker, che sembravo una bambina in un negozio di giocattoli, un gatto con il topo un...va beh, si è capito che non stavo piu’ in me dalla gioia. Ebbene, alla fine tra le millemila cose che ho avuto il coraggio di comprarmi è apparso anche *lui* un abitino – stranamente nero – a trapezio, con lo scollo a barchetta, le maniche a vela e un mezzomarinaio in omaggio. No, scherzo, il mezzomarinaio non c’era, pero’ lo scollo a barchetta e le maniche a vela si. Lo giuro. Lungo al ginocchio, con un micro orlo in raso nero che fa la differenza. Molto stile Audrey. Non è un segreto che sia il mio mito, seppur io sembro un po’ Audrey e un po’ Jakie Kennedy. INSIEME!

Comunque sia, visto che ho addosso i miei superstivali con tacco da 13 centimetri e mi sento molto giraffa, visto che supero sfioro quasi il metro e 85 centimetri (UNMETROEOTTANTACINQUE, che bel suono!), dico a Valentina che decido di tenermi il vestito. Anche solo per arrivare fino a casa, ho bisogno di sentirmi una stragnocca con i contro….gnocchi stasera.

Mi specchio, mi guardo, mi rimiro, insomma, mi piaccio. Probabilmente sto guardando un altro specchio perché questa cosa è rara come i cani in chiesa. Prendo il mio beauty che ho sempre in borsa, do una sistemata al fard che durante la giornata lavorativa è rimasto sparso sulla cornetta del telefono, ritocco il kajal nero che è un po’ sbavato, una mezza passata di mascara e sono pronta per uscire a testa alta nella fresca serata. Mi guardo e quasi mi scoccia “sprecarmi” solo nel tragitto di casa. Ma ho voglia di casa mia, di un bagno caldo, di una tazza di latte e miele sul divano mentre leggo l’ultimo romanzo comprato. Ho voglia di coccole, di silenzio. Pago (perché va bene che è un’amica ma mica è fessa) e esco trionfante con i miei pacchettini in mano verso la mia macchina. Mi sento molto diva, molto chic in questa nuova mise. Faccio quattro passi e vedo lui.

STRAGULP! Sono tre mesi che non lo vedo e non lo sento, troppo presa dal lavoro per poter pensare anche a quella proposta di progetto che si era fatta, qualche messaggio sporadico di tanto in tanto qualche “sei viva? Non ti ho piu’ vista” sussurrato al telefono ma niente di piu’. E tu che avevi sempre pensato che non fosse altro che una piccola sbandata perché tanto sai che lui è impegnato e che quindi, per dirla alla francese, non c’è trippa pe’ i gatti, ti rendi conto d’improvviso che quelle guance rosse rosse non sono merito di nessun fard di Lancome. E che se non inventano all’istante un nuovo deodorante puzzerai come una capra morta da tre mesi sotto il sole della Sardegna perché stai sudando come non hai mai fatto nella vita. Hai le mani che sono due spugne e in bocca ti senti tutta la tuta dell’Adidas felpata al posto della lingua. Vedi i suoi occhi color del lago che ridono, ha quel sorriso da strappamutande che solo lui puo’ avere e tu dal tuo metro e ottantacinque per un attimo ti senti la sorella di Pisolo. La sorella PICCOLA di Pisolo. Ti avvicini sempre piu’ titubante e gli sorridi quasi sicura scansionando mentalmente tutti i sorrisi provati allo specchio negli ultimi 15 anni e scegliendo ovviamente il migliore, sperando di non avere tra i denti nessuna foglia di lattuga che faccia capolino nel momento meno consono. E lo saluti con una bella stretta di mano decisa, perché le strette di mano mollicce di quelle che sembra che ti dia fastidio toccarlo si sa, sono antipatiche. Ora, siccome lui schifo non mi fa perché dovrei io avere paura di toccargli la mano? Casomai il problema sarà fermarsi solo a quella. Problema risolto, arriva a passo svelto la fidanzata dietro di lui trotterellando con un puledro di Budjonny Russo ancora da sellare.

Alta che sta in piedi sotto un tavolino, con il capello giallo barbie e gli occhi azzurri sembra il mio negativo. Che detto così capello biondo/occhio azzurro potrebbe sembrare una strafica, ma è tutto sparso a caso come in un quadro di Picasso (Ora che qualcuno mi spieghi chi è “Ricasso” perché il correttore automatico di word non conosce Picasso ma conosce Ricasso, mo’ voglio sapere chi è!) . Ad occhio e croce peserà si e no 15 chili con le borse della spesa e il piumino ancora da strizzare. La guardo dall’alto in basso un po’ come quando si sta pensando di schiacciare uno scarafaggio, ma mi trattengo (a stento ma mi trattengo). Lui mi sorride e io mi sto sciogliendo come il Kajal mentre guardo Titanic nella scena finale (intendo dire quando la vecchietta lancia il diamante blu giu’ dalla barca, ma si puo’ essere così deficenti? Una piange per forza, solo la replica che ha indossato Celin Dion valeva 2,2 milioni di dollari! ESTICAZZI!). Si parla del progetto che avevamo lasciato in sospeso e gli prometto di richiamarlo con il computer alla mano e tutti dati pronti entro la serata, tempo di arrivare a casa. Mi dice che lui ha la serata libera e che la sua fidanzata invece sta andando da sua sorella, che se voglio andare a casa a prendere tutto già stasera possiamo lavorare alle bozze per poterci lavorare poi ognuno per conto proprio e tirare giu’ un calendario di incontri per terminare il tutto entro l’estate.

Guardo lei con gli occhi da Bambi come a chiederle “credi che sia il caso o hai qualcosa in contrario?” (sono falsa come i soldi del Monopoli certe volte)  e lei tutta sorridente mi risponde “ma certo, ottima idea, potreste approfittare della serata così anche lui non rimane solo”. Destino vuole che io il pc lo abbia in macchina. Optiamo per l’americano, dove possiamo mangiare un boccone anche lavorando al pc che nessuno si scandalizza e possiamo tirare giu’ la scaletta del lavoro.

Ma possibile che proprio lui chieda a me una collaborazione? Ha già intorno *decinaia e decinaia* di cervelli eppure cerca me. Mi sento dire che come con me non riesce a lavorare con nessuno e che di me ci si puo’ fidare e che lui in questo momento ha bisogno di persone delle quali fidarsi. Un pompino all’ego di tutto rispetto come direbbe qualcunA di mia conoscenza. Mentre cammino verso l’americano con il pc in una mano e il braccio attorno al suo che mi ha gentilmente offerto per non farmi traballare sui tacchi lungo la discesa non posso fare altro che guardarlo con gli occhi a cuoricino e sperare che prima o poi lei incontri un mega multi miliardario e lo lasci per fare la bella vita (mica è necessario augurare il peggio alla gente sempre) così avrei finalmente il campo libero. Ed è già un miracolo che io stasera abbia avuto il lampo di genio di lasciarmi questo abitino che inutile negarlo mi sta veramente bene, e inutile negarlo l’ha notato anche lui.

La serata trascorre da un paio di Bud medie e discorsi, grafici, scalette, risate, chiacchiere stanche fino a che non resta davvero che tornare a casa che domani si lavora.

Cammino verso la macchina senza rendermi conto davvero di toccare terra, con quella leggerezza nel cuore tipica di quando si incontra una persona speciale, l’unica persona dopo Mr T che mi abbia fatto capire che il mio cuore non si era fermato e che sono ancora capace di emozioni. A volte tutto capita per sbaglio e io modestamente, a sbagliare, sono sempre stata brava.

mumble mumble

Scarabocchiato in un momento di follia da Stex77 il venerdì, 30 novembre 2007,16:07

La solitudine è solo un accrescitivo

 

Se stai bene stai benissimo

 

Ma se stai male stai malissimo

categoria:stex e i voli pindarici, stex e gli uomini, stex e le emozioni
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Periodo un po’ così

Scarabocchiato in un momento di follia da Stex77 il mercoledì, 31 ottobre 2007,18:08

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 Stex – struzzo mode- on

 

Inutile, ogni tanto qualche scivolone c’è ed è inutile che io mi sforzi di uscire da un bozzolo che mi tiene caldo, ritornano i fantasmi del passato, ritornano le ossessioni, le compulsioni, i ritmi frenetici, il controllo assoluto di tutti e tutto, le modalità non proprio da manuale nel condurre una vita e allora ci rintana un po’ in se’ stessi, per perdersi e ritrovarsi, per guardarsi in faccia e dirsi “ehi, guarda quanta strada hai fatto, non vorrai mollare  la presa proprio ora, no?” No, la risposta è no, non si molla mai. E allora ti riprendi la vita nelle mani e la mattina sembra un po’ meno nera, e magari ricominci a sorridere

 

Stex-struzzo mode-off

 

E allora, abbiamo detto che ci si rialza? Certo, un po’ come quando si vede una donna incinta sul tram che ci si alza e la si fa accomodare. Insomma, poco importa se la carta di credito ha fatto piu’ strisci del mio ginecologo o se la casa trabocca di vestiti nuovi e creme e cremine e profumi che tanto non usero’ mai, l’importante è che la mattina ci si svegli con il sorriso, anche se è presto, prestissimo. Si, perché la promessa è stata mantenuta, e il Novello Baldini ha avuto VERAMENTE il coraggio di farsi vivo alle ore 5.30 del mattino. Ma potevo io, innamorata di lui da millanta anni farmi trovare impreparata? No, e allora ci si sveglia non alle 5 per essere pronti, no no. Alle 4. Eh si, nemmeno io sapevo che esistesse quest’ora del mattino. L’avevo vista spessissimo a tarda notte, un po’ sfocata dal rhum, ma giuro che ignoravo esistesse nella mattinata. E la radio sveglia che a quell’ora non trasmette niente di interessante mi sveglia dal torpore delle mie golosissime 4 ore di sonno, 4 Siore e Siori!

Si perché la mattinata inizia con la colazione dei campioni: un’intera Bialetti colma di caffè versata nella mia tazza preferita, la Mug con il cane. E mentre tento di capire se sono viva o no inizio a pensare a come mi posso presentare. Eh si, perché si che si va a correre ma qui parliamo di Lui, mica pizza e fichi! Se mi presentassi con gli occhi gonfi come due canotti, quel colorito color sogliola surgelata e i capelli pettinati con i petardi, si trasformerebbe in men che non si dica in Abebe Bikila. No, così non và, ci vuole strategia. E così inizia il restauro di prima mattina.

Perchè voglio essere perfetta, così si inizia con le cremine perché la pelle va idratata, il correttore perchè ci sono quei brutti segnacci sulla faccia che il cuscino mi ha lasciato, un po’ di illuminante che qui le sigarette si fanno sentire, un po’ di fondotinta color naturale per uniformare l’incarnato, un velo di cipria per opacizzare, che poi togliero’ con il pennello perché convoglio che si veda. E gli occhi? La mia parte migliore sono gli occhi, tanto vale fare qualcosa per valorizzarli, e allora, quell’ombretto marrone steso bene bene che non si veda giusto per dare profondità allo sguardo, una passata di kajal io la metterei, pero’ effettivamente si vedrebbe che sono truccata. Soluzioni? Idea! Il Kajal beige che si vede e non si vede. E poi un paio di passate di mascara per fare gli occhi da cerbiatta. Insomma, ad occhio e croce una ventina di euro spalmati sulla faccia che non si devono vedere. Questa si che è coerenza. E poi l’acqua profumata che sembra che io sotto le ascelle per natura ho due Arbre Magique alla Vaniglia. E l’ultima passata di colluttorio che non sia mai che la Bagna Caùda di ieri si senta ancora.

Nota per i non Piemontesi: la Bagna Caùda è un tipico anticoncezionale del posto. Ehm, no, è un piatto tipico del posto, a base di aglio e acciughe, una cosina leggera leggera adatta proprio agli spuntini pre-corsa. Solitamente fa l’effetto che si vedeva nella pubblicità progresso di qualche anno fa contro l’Aids, quella con l’alone fuxia, solo che in questo caso l’alone potrebbe essere piu’ o meno verde, ecco.

E così dopo aver passato la sera prima da Decatlon a scegliere la mise perfetta mi ritrovo con Pantajazz neri (si sa che il nero snellisce) di quelli con il accetti al ginocchio, maglietta nera,felpina nera da annodare dopo i primi tre minuti di corsa in vita che è double face. Non nel senso che si gira e ha un altro colore, semplicemente ha la doppia funzionalità della scusa del “sai, se ho freddo almeno ce l’ho” quando in realtà serve solo a nascondere –inutilmente aggiungerei – il culo grosso. Coda di cavallo d’ordinanza e già che ci siamo, esageriamo e facciamo i professionali, cardiofrequenzimetro al posto con fascia toracica (sia mai che la voglia vedere…. La fascia toracica, of course)

Eccomi pronta, ore 5.22.

Suona il cellulare

Gulp.

Ho un balzo al cuore

Ho la salivazione azzerata

Rispondo.

“Ste, mannaggia, piove, facciamo un altro giorno?”

 

Ma perché io non apro le finestre la mattina Santa Cleopatra?!?!?!?!?!

il sorriso sul cuore

Scarabocchiato in un momento di follia da Stex77 il martedì, 11 settembre 2007,08:48

Io lo chiamo il sorriso sul cuore. Quelle sere in cui vai a dormire stanca morta ma quando appoggi la testa sul cuscino ripensi alla giornata e sei soddisfatta di tutto quello che è successo, di tutto quello che hai detto, di tutto quello che hai fatto e ti rendi conti di averlo fatto solo per te. Solo per stare bene. E allora scansioni mentalmente la giornata, dalla mattina presto in cui ti sei svegliata con gli occhi stropicciati e la voglia di tornare alle tue lenzuola gialle ma anche se controvoglia ti sei trascinata in bagno a dare una parvenza semiumana a quella faccia decisamente troppo stropicciata dai bagordi della sera prima. E come ogni mattina ti riprometti che no, la prossima volta non ti farai di nuovo tre bicchieri di rhum che sono decisamente troppi. Soprattutto dopo una bottiglia e mezza di vino rosso, soprattutto dopo il rhum cooler dell’aperitivo, praticamente senza ginger-ale, per altro. Ma tanto sai che è una promessa da marinaio, presto fatta, presto dimenticata. E allora ciondoli fino al frigorifero in cucina per prendere i cucchiai che tieni dentro al porta uova per metterli sotto gli occhi e tentare di sgonfiare quelle borse che ti ritrovi, che non sono nemmeno firmate, ma il tentativo risulta nullo. Nemmeno trovando la valvola e aprendola riusciresti a sgonfiarli. Prendi distrattamente il succo di frutta ananas e cocco e ne versi un bicchiere mentre tiri giu’ una bustina di geffer sciolta direttamente sotto la lingua, e intanto accendi la macchina del caffè. E il telefono suona. “Si, sono sveglia, dieci minuti e sono pronta….no, davvero, te lo giuro, sono in piedi, sto facendo il caffè, ma sono praticamente pronta (sei ancora in mutande ma questo Picchio non lo deve sapere, lui è in macchina che sta arrivando, mica ha il videotelefono). No aspetta, come sarebbe sei qui sotto? Avevamo detto alle sei, e mancano ancora….GULP! Tre minuti…ok, Sali, rompipalle…si, ne faccio due….ah, guarda che non c’è né latte né zucchero…no, non avevo voglia di fare la spesa…senti…non sono nemmeno viva per discutere a quest’ora del mattino…ok, posteggia, io ti apro” Panico. Picchio è qui e tu sei in mutande, con una tazza in mano a forma di Will Coyote e una faccia che sembra uscita da un dipinto di Picasso. Ok, niente panico. Apri la porta  metti il gancio in modo che non si richiuda. E ti fiondi sotto la doccia. 5 piani di scale serviranno a qualcosa no? Si, servono se sei in bradipo, ma Picchio è praticamente l’allenatore di Carl Lewis. Arriva che hai appena dato lo shampoo sulla testa e sembri una meringa enorme ricoperta di panna. “SONO IN BAGNO, ARRIVO” urli. Esci alla velocità della luce con i capelli grondanti acqua, scalza e ti fiondi dentro a un paio di pantaloni bordeaux che potrebbero contenere te e un’altra persona. Cerchi una maglia nel cassetto che possa andare bene. Quella dell’Hard Rock Cafè di Barcellona puo’ andare. La infili e rimani impigliata con gli orecchini. Come sempre. Arriva in soccorso Picchio che ti libera dalla morsa della maglia non senza averti fatto il solletico mentre sei prigioniera dell’involontaria camicia di forza. Perdi tutte le forze e rischi di farti pipì addosso “dai sbrigati che siamo in ritardo” Lo guardi torvo e ti domandi “in ritardo per cosa? Siamo tu ed io oggi, mica abbiamo appuntamento con qualcuno” Ma non apri bocca perché non hai voglia di grugnire. Prendi le sigarette e dici “sono pronta”. Ti guarda e ride. Lo guardi con la faccia a punto interrogativo e non capisci. Forse non ti sei pettinata. Forse hai una riga verde sulla faccia. Forse hai un occhio nero e tu non lo sai, forse….”vieni scalza?” Ops…dettagli. Prendi un paio di All Star gialle e “guarda che con quelle sembri Pippo”. Fai una smorfia e le rimetti a posto. Allora prendi quelle Bordeaux e lo guardi con una faccia che sta già dicendo “prova a dire qualcosa su queste scarpe e te le tiro dietro, siamo in ritardo di due giorni non ho nessuna intenzione di cercare un altro paio”. Prendi lo zaino e scendete le scale di casa. Ti fermi accanto alla macchina di Picchio e lo guardi come a dire “allora? Non la apri?” Poi capisci che stai sbagliando macchina e allora fai finta di sistemarti i capelli specchiandoti nel finestrino, piu’ falsa di una banconota da sette euro. E vai avanti a testa bassa e molli lo zaino davanti al portellone e ti siedi al posto del passeggero e ti accendi la sigaretta aspettando che Picchio salti su e inizi a guidare. Verso le vostre montagne, verso la nostra giornatasolonostra verso…l’autogrill. Requisito essenziale per far iniziare bene la giornata è fermarsi all’autogrill. “Un caffè doppio, una spremuta d’arancia, un panino con caprino e crudo, una bottiglia di acqua grande e tre pacchetti di sigarette, grazie”. Picchio spalanca gli occhi come se avesse visto una scimmia dietro la cassa. Ti giri. Lo guardi e gli dici semplicemente “ho fame” e sorride. Mangi con calma, lentamente. Talmente lenta che un madonnaro è riuscito a farti il ritratto nel mentre. Lo guardi da dietro gli occhiali spessi tre metri e scuri scuri scuri scu…ok, si è capito. E sorseggi piano piano il caffè. Ti guarda. Ti guarda come fa sempre. E finita colazione balzate in piedi e andate verso la macchina. Prima una sigaretta pero’. Ci sta tutta. Fuori dall’autogrill. Ti fermi perché sei incapace di accendere la sigaretta camminando e nell’istante in cui ti fermi senti il suo abbraccio che ti imprigioni da dietro, con il naso appoggiato alla colonna vertebrale, come fa sempre. E non c’è niente di piu’ bello di quel gesto tra di voi che si ripete da anni. E sempre con sfumature diverse. Sempre pieno di significati che le parole non riuscirebbero ad esprimere. E lo sai che stavolta vuol dire che finalmente è bello vederti mangiare come una persona normale, che non si fa le paranoie davanti a un panino e non chiede piu’ il dietor nel caffè e non gira piu’ con il maglione intorno alla vita per nascondere il sedere ma sei una persona che è sicura di aver ritrovato quell’equilibrio o per lo meno una parvenza di esso. Guardi indietro e vedi gli anni passati e quasi ti vergogni di essere stata quella persona e non ti riconosci e vorresti tornare indietro, cancellare tutto con un colpo di spugna. Ma poi ti fermi e rifletti per un attimo e ti rendi conto che se così non fosse stato non avresti mai avuto la ricchezza di capire, di essere una persona diversa, con i suoi fantasmi che l’accompagnano e ti viene in mente John Nash. Anche se il paragone è un po’ azzardato. E guardi avanti e ti viene da ridere a pensare a Picchio che per anni si è battuto conto questi fantasmi e ora li vedi seduti sul sedile posteriore della macchina ma davanti ci siete tu e lui e lo prendi per mano, con quell’intreccio di dita che è solo vostro senza dire una parola perché sapete entrambe che cosa significano i vostri gesti. Quelle stesse dita che hanno scavato fino a ferirti dentro ora stringono la cosa piu’ preziosa che hai. E lo guardi di lato, spostando l’occhio senza girare la testa, perché non vuoi che se ne accorga. E ti senti serena, tranquilla, e appoggi la testa sul sedile facendoti cullare dal tepore della giornata, dalla sicurezza che lui è lì, accanto a te, da sempre e per sempre e quella leggerezza che hai sempre cercato ora la senti nel cuore.

ritratto di famiglia

Scarabocchiato in un momento di follia da Stex77 il venerdì, 20 luglio 2007,12:41

Serata d’estate, passeggiata sul lungomare come non accadeva da anni. Le luci dei lampioni, e noi tre. Papà ci tiene abbracciate tutt’e due, una da una parte, una dall’altra. Camminiamo nella calura estiva della città. Le scarpe non fanno rumore, c’è solo il rumore dei nostri discorsi e il cick-ciack di un sacchetto che brandisco nella mano destra. E’ il mio regalo dell’estate, è il mio regalo ai primi progressi a un mostro che sembra sempre piu' lontano e un premo a continuare a tenerlo distante.  Mamma e papà stasera hanno portato la figlioletta in giro, dopo cena, un po’ come quando ero bambina che mi si comprava il gelato e io immancabilmente tornavo a casa sporca, la macchia sulla pancia e magari qualche ginocchio sbucciato perché cadevo sempre sul ghiaino. Dicevano che inciampavo nelle formiche. E ancora sono così, soltanto magari un metro piu’ alta di allora, ma piu’ o meno non sono cambiata poi molto.

Non ho piu’ il vestitino giallo a punto smock e le bebè bianche con la calzina con pizzo, al suo posto ora c’è un abitino leggero leggero, bianco e nero, proprio come piace a me, in pieno stile Audrey La Divina Audrey, e un sandalino dal tacco in legno, ma sono pur sempre io. Non ci sono piu’ i codini, c’è una lunga chioma fluente nera fresca di parrucchiere, ma sono pur sempre io. E quel sacchetto prezioso che stringo nella mano per paura che mi scivoli. Quel regalo che vuol dire “Bimba nostra, noi siamo qui. Per te. Sempre” Perché i genitori sono gli unici amici che avrai per il resto della tua vita. Perchè se anneghi sono loro che riprendono per un braccio. Perché se gridi aiuto, sono gli unici in grado di sentirti. Il resto della gente, è sordo.

E così questa sera che la città ha deciso di rimanere sveglia fino a tardi, con i negozi aperti fino a notte, con le giornate calde che ti impediscono di dormire, io sono tornata bambina e i miei genitori mi hanno presa per mano e mi hanno portata in quel negozio che “si, dai che ti è sempre piaciuto”.

E siamo entrati. Io e mamma, e papà dietro a controllare le sue donne. E la mamma che parte e va verso uno manichino che è perfetto. E’ proprio quell’abito che io ho sempre sognato. E’ quello stesso vestito che Julia Roberts indossava in Pretty Woman all’ippodromo. E’ perfetto. E’ marrone, lungo fino al ginocchio, qualche piccolo pois sul panna. Una cintura in vita. E uno scaldacuore marrone che è una favola. Non ci entrero’ mai, penso, i pois diventeranno Saturno con tutti gli anelli sopra di me.

“Provalo”

La voce di mia mamma mi sveglia da quel torpore in cui sono scivolata.

La guardo come se mi stesse passando un iguana. Non fiato e entro nel camerino. Questi maledetti camerini. Sono sempre troppo piccoli, con quella luce che ti fa sembrare un visitor, la lingua biforcuta solitamente ce la mettono le commesse. Io odio i camerini. Lo provo, entra, si chiude, faccio un respiro ed esco dal camerino. Scalza. Come piace camminare a me. Mi specchio e quello che vedo è qualcosa che non c’è. E’ una ragazza, ben vestita, con un abito che ha sempre desiderato e che le sta d’incanto. La ragazza si avvia verso l’espositore delle scarpe. Scova uno zoccolo in legno, con un piccolo plateau e un tacco da 12 centimetri, e un fascione sopra le dita testa di moro. Li prende, li calza, si alza di quei 12 centimetri e cammina con la camminata da giraffa che è tipica di sua madre. Quella camminata senza rumori, con il passo fluido e deciso, la falcata lunga, la testa alta e lo sguardo all’orizzonte. Proprio come quando sua madre calcava le passerelle. E fa la strada a ritroso ma non è la stessa ragazza dell’andata. E’ sicura in quel metro e ottantacinque di fierezza. E’ orgogliosa di se in quei pois che fino a ieri era convinta si potesse permette solo Julia Roberts. E mentre cammina verso il camerino si rende conto di essere fiera e grata di avere due genitori che fin da piccola l’hanno tenuta per mano l’hanno accompagnata ogni giorno nelle vicissitudini che la vita ti offre e che tutt’oggi, anche se è una donna matura, alla soglia dei trenta non si pente di chiedere aiuto a chi l’ama veramente.

La ragazza esce dal negozio di nuovo con le sue scarpe basse e i pantaloni sportivi, ma non è la ragazza che era entrata in quel negozio, è una ragazza che si sente e si vede piu’ alta di mezzo metro e non sono tacchi stavolta. E la serata conclusa su una panchina mentre papà gusta un gelato al cioccolato, stavolta impataccandosi sui la camicia linda, parlando e chiacchierando con le persone piu’preziose che si hanno al mondo non ha davvero prezzo. E se per quell’abito invece è bastata la Mastercard di mamma, per l’ego, non c’è vestito al mondo che tenga, non c’è trucco che tenga, ci sono solo i miei angeli custodi che chiamo mamma e papà

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viaggiando

Scarabocchiato in un momento di follia da Stex77 il lunedì, 16 luglio 2007,10:41

I viaggi in macchina con le amiche, le MIE amiche, sono quanto di piu’ bello possa portare nel cuore. Chilometri macinati in autostrada, mai al completo, perchè la macchina tutte tutte non ci tiene, sempre un po’ separate. Come le vicissitudini della vita. Ma il viaggio con l’aria condizionata a manetta mentre il termometro segna 37 gradi all’esterno e la meta dell’autogrill per il caffè di ordinanza, la sosta al bagno, o soltanto la sigaretta, che anche se siamo in 4 a fumare e solo una non fuma, non sta bene accendersene una e infastidire l’unica non viziosa del gruppo. E la radio che macina le canzoni stupide da poter cantare, e la sosta improvvisa sulla corsia d’emergenza che una deve vomitare che si sa, una che beve troppo c’è sempre, e i fazzolettini umidificati che noi ragazze li abbiamo sempre, perché c’è sempre un’amica che potrebbe averne bisogno, e la trousse a portata di mano che già c’hai ‘na faccia che pari uno zombie almeno rimettiti a posto quella matita nera che ti è scivolata fino allo zigomo, dai, passa avanti che se devi vomitare è meglio, tira giu’ il sedile che almeno stai piu’ comoda, e no non tipreoccupare che tanto lei è corta e non ha problemi di gambe, ma non che non volevo dire che sei bassa, sei proporzionata, stai bene, e dai che ti puoi permettere qualsiasi vestito tu, e ti da fastidio l’aria condizionata che se vuoi la spegniamo anche se quando arriviamo in fondo sembrerà di aver fatto il bagno turco, ma no dai che la benzina ci basta e di chi è questo telefono che suona? E’ il mio? Il tuo? Ma chi puo’ essere a quest’ora? No tranquille che non mi serve il cambio, una volta al volante mi sveglio e non ce n’è piu’ per nessuno, ma qualcuna di voi ha un chewingum che li ho dimenticati? No, dai togli quella canzone che mi fa venire da piangere  no, ti prego no, i cartoni animati no che poi iniziamo a fare le cretine e si dai non manca poi molto, almeno all’uscita dell’autostrada, poi chi puo’ dirlo dove finiamo, ma qualcuna la conosce la strada? E no, dai che è meglio l’aria condizionata che con i finestrini aperti non ci si sente se si parla, e quando mai si tace in questa macchina? Solo dopo un po’, solo quando chi guida rimane sola con i Police in sottofondo, quando tutte e quattro le altre hanno la testa reclinata indietro e gli occhi nascosti dagli occhiali da sole che anche le luci delle gallerie danno noia e poi tanto tra poco spunta l’alba e il sole da fastidio. Quando qualcuna di loro russa e tu che guidi le guardi nello specchietto retrovisore per capire chi è l’autrice di cotanto ronf ronf, quando avresti voglia di una sigaretta ma non l’accendi. E le guardi e pensi che ne avete già passate tante e tante ancora ne dovranno accadere da quel giorno in cui vi siete conosciute sui banchi di suola, e la promessa di essere una testimone dell’altra e finora è stato così e mettersi d’accordo per non rubarsi i nomi delle figlie che chissà come mai siamo tutte convinte che avremo delle femmine come i maschi nel nostro clan non potessero entrare e la certezza che loro saranno sempre lì. Per te. E tu per loro.

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